BURNOUT in MEDICINA d'URGENZA: SIAMO SCOPPIATI MA NON DOBBIAMO ARRENDERCI! Gemma C Morabito, MD - Editor in-chief MedEmIt

Nel 2012 sulla rivista Archives of Internal Medicine viene pubblicato un resoconto che parla chiaro: i medici sono la categoria tra i lavoratori americani che più di tutti soffre di burnout. Circa il 45% dei medici, infatti, ha almeno un sintomo di burnout tra i seguenti: perdita di entusiasmo per il lavoro, riconoscersi cinici, perdita di soddisfazione personale. Ma non tutti i medici sono uguali, si sa, perché il tipo di lavoro è ben differente tra una e l’altra specialità. Noi come stiamo messi? Piuttosto male!
 
Dai dati In una intervista condotta dal sito Medscape (http://www.medscape.com/features/slideshow/lifestyle/2013/public ) è risultato che noi specialisti in Medicina d’Urgenza occupiamo il primo posto nella categoria dei più scoppiati, seguiti a breve giro da quelli che lavorano nel Critical Care, i medici di famiglia, gli ostetrici ginecologi, i medici internisti e gli anestesisti. Quelli che stanno meglio, invece, sono risultati i patologi, che sono all’ultimo posto, e poi salendo troviamo gli psichiatri, gli oculisti, pediatri, reumatologi, dermatologi e radiologi. 
 
In America  il problema non è preso sottogamba ed è ritenuto serio. La percentuale di suicidi tra i medici americani è elevata. Molti dei Medici d’Urgenza riconoscono il loro stato e il fatto che questo si rifletta sulla propria vita personale. Interrogati sui motivi alla base del burnout, molti hanno risposto indicando con “troppe rogne burocratiche” e “troppi pazienti difficili” le due cause principali di burnout.  Dalle parti nostre baster da solo l'avverbio "troppo" seguito da qualsiasi cosa vi venga in mente.  
 
Ultimamente in Italia il fenomeno sta ottenendo attenzione, anche se più per motivi economici a mio avviso che per reale interesse. Molti ospedali e ambienti di lavoro aprono il loro bel ufficio per la monitorizzazione e lo studio del fenomeno, luoghi dove personale scelto dall’azienda segue “amorevolmente” i propri colleghi per aiutarli a superare le difficoltà. Ora, non vi sembra già una contraddizione che il carnefice dia la possibilità alla vittima di rivolgersi a lui per essere aiutato? Tutti sanno benissimo che cosa c'è che non va, e se veramente si volessero aiutare i lavoratori, piuttosto sarebbero altri gli interventi da intraprendere che ascoltare le lamentele e le sofferenze dei "dannati". Si può consolare una vedova?!
 
Mi state capendo? Il punto cruciale su cui sto cercando di dire due parole è quello espresso dalla riflessione di uno studioso del fenomeno: “Molti trattano il burnout dei medici d’urgenza come una malattia psichiatrica mentre questo non è l’approccio giusto per una condizione che non dipende dalla salute del medico, quanto dall’ambiente e dalle disfunzioni lavorative nel quale è costretto ad operare”.  
 
La normalità e l’adeguatezza sono termini che andrebbero sempre calati nella realtà a cui si riferiscono. È normale piangere dopo un lutto, è normale stancarsi se si scala una montagna, è normale aver fame se si digiuna per un giorno. Questo ... è normale. Punto! Ogni termine ha senso se messo vicino al giusto corrispettivo. Ogni reazione o sentimento è adeguato al tipo di stress o alla situazione a cui è esposto. Come si può chiedere a una persona di non aver freddo se lo esponiamo a basse temperature senza alcuna protezione termica? Come possiamo aspettarci che un individuo non pianga se gli procuriamo del dolore? Allora, ora ... il punto su cui intervenire in queste situazioni qual è? La reazione o lo stimolo?
 
Bene. Questo è un lato della medaglia. Ma ne esiste un altro. Ognuno di noi ha il suo bagaglio di risorse personali. C’è chi va meglio e chi va peggio. Ci sono quelli con una forte stabilità interiore (che gli deriva da molte cose) che possono essere più resistenti alla disfunzione organizzativa della nostra Sanità. Ci sono quelli che sono in grado di difendersi con meccanismi di isolamento o negazione; sono quei tipi a cui sembra non importare nulla di quanto accade intorno. Altri, invece, si accalorano per un nonnulla, si incazzano e reagiscono e soffrono per le cose che non vanno. Non siamo tutti uguali. Le donne in Medicina d’Irgenzaa, ad esempio, sembrano meno colpite dal burnout dei maschi (50% vs 52%), ma anche l’età ha il suo peso e alcuni dati ci dicono di una percentuale di burnout che ha il suo picco a 32% nella fascia di età tra i 46 e i 55 anni, con il 9% nei medici sotto i 35 anni e 5% in quelli sopra i 66. Insomma, siamo diversi e dobbiamo saperlo. 
 
Come possiamo concludere, quindi? Cosa vi voglio dire? Non so bene. Come nel caso del mio precedente articolo (RIVOLUZIONE) queste sono solo riflessioni e una semplice condivisione di sentimenti e pensieri che derivano dalla mia esperienza. Il nostro mestiere non è fatto, però, solo di Scienza.  I problemi sono tantissimi, e ci schiacciano e ci stanno facendo male. Molti di noi soffrono di questa situazione di cui a nessuno sembra importare. C'è un dolore silenzioso e inascoltato che origina da chi nell'emergenza ci lavora o ci sta perchè malato.Parte del nostro sconforto sta proprio nel vedere malati a cui viene tolta dignità e diritto (quello di essere curati in un letto d'ospedale) senza poter fare nulla. Le cose sembrano destinate a peggiorare, ma noi non dobbiamo abbatterci. Anche in questo dobbiamo essere capaci di tirare fuori la "scorza dura" tipica di chi fa il nostro lavoro e resistere con pazienza e fermezza, adoperandoci per cambiare le cose.  E se non lo fanno le Società scientifiche e le autorità, facciamolo noi. Noi lo dobbiamo fare. Come? E chi lo sa ...
 
Detto questo, vi invito però a non fraintendetemi. Non vi sto invitando alla Guerra. Anzi! Abbiamo il dovere, è vero, di adoperarci affinchè qualcuno un giorno si accorga del livello di sofferenza che c'è tra i chi lavora in emergenza e faccia qualcosa prima che sia troppo tardi, ma questo non deve spingere nessuno a coltivare la disperazione! Non dobbiamo cercare di essere tristi nella vita. Dobbiamo difendere la nostra serenità. Ognuno di noi ha la sua propria personale resistenza è vero. Puoi essere più o meno fragile, e soffrirai più o meno della situazione.
 
Lavorare in Medicina d'Urgenza è di per sè già una scelta verso il disordine e la fatica. Sei pazzo se ti piace .... e lo sai. Se non è così, forse potresti ammettere che non è questo il lavoro che fa per te. Ma se se sei convinto e, come per molti di noi, sei solo esposto a una situazione cronica di eccesso di lavoro e condizioni di "maxi emergenza", allora è importante che impari a difenderti e a resistere in modo sano per non rovinarti la vita nell'attesa che qualcosa cambi. Ci sono cose che dipendono da noi e altre No. E in quelle che da noi dipendono dobbiamo mettercela tutta. Noi dobbiamo fare la nostra parte e non aggiungere problemi a problemi. Come? Non serve, ad esempio, lamentarsi in continuazione. Non serve andare al lavoro arrabbiati. Non serve avere quella attitudine che crea la nube nera attorno a te per cui tutti quelli che vengono in contatto con te si deprimono e lavorano peggio. Ti ricorda qualcuno questo?
 
Puoi fare la tua piccola parte per migliorare la tua e la vita di chi lavora con te durante quel turno di 6 o 12 ore. Fallo! Sorridi. Non cominciare a dire "oggi non ne usciamo". Scherza. Ironizza. Allegerisci l'ambiente. Guarda i tuoi colleghi, ringrazia gli infermieri, fai i complimenti al tuo collega che ha gestito un caso difficile, spendi due minuti per sentirti parte di una squadra. Se stai incazzato tutto il tempo qualcosa cambierà? No. Anzi. Aggiungi solo problemi a problemi. Come disse una mia cara amica una sera in cui, in pieno deserto americano, ci trovammo con la macchina rotta e senza soluzioni: "Pazienza! Stiamo calmi. Sarà solo la peggiore notte della nostra vita. Rendiamola divertente"": 
 

Gemma C Morabito, Dirigente medico UOC Medicina d'Urgenza e Pronto Soccorso Ospedale Sant'Andrea di Roma